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“Ma chi sei per giudicarmi?” – Quando il tirocinio ferisce invece di insegnare

Stanotte ho ricevuto uno sfogo. Di quelli veri, senza filtri.

Era l’ultima notte di tirocinio in terapia intensiva.


E dentro c’era tutto: frustrazione, rabbia, senso di ingiustizia… ma anche qualcosa di molto più importante — la voglia di diventare un’infermiera migliore.

“Mi hanno fatto il giudizio e io non lo sopporto.”

Non perché non accetti le critiche.

Ma perché nessuno le ha spiegato su quali basi.


Le è stato detto che ha lacune.

Che alcune domande “non sono da terzo anno”.

Che su certe procedure deve migliorare.


Tutto legittimo. Tutto possibile.

Ma quando ha chiesto esempi concreti?


Silenzio.


E qui nasce il problema. Perché un giudizio senza spiegazione non è formazione.

È solo un’etichetta. E le etichette, in sanità, fanno danni.

C’è un passaggio che mi ha colpito più di tutti:

“Mi avevano detto: fammi tutte le domande. Poi quelle domande sono diventate un problema.”

Quante volte succede?

Ti dicono di chiedere.

Ti dicono che è il tuo momento per imparare.

E poi… vieni giudicata proprio per averlo fatto.

Allora cosa impari davvero?


A stare zitta. A non esporti. A sopravvivere, invece che crescere.


E poi c’è la realtà, quella che spesso chi valuta dimentica:

La pratica non è continua.

I tirocini sono spezzettati.

Le competenze non si consolidano in modo lineare.

Se non fai un prelievo per settimane, è normale perdere la mano.

Se ti capita quello difficile, è normale sbagliare.


Non è incapacità.

È esperienza che manca.

E l’esperienza si costruisce, non si pretende.


Ma c’è un altro punto, ancora più profondo:


“Avrei voluto essere seguita di più. Anche massacrata, sì… ma per imparare.”


Questa frase pesa.


Perché racconta una verità che spesso ignoriamo:

gli studenti non chiedono meno fatica.


Chiedono più guida.


Chiedono qualcuno che li osservi davvero.

Che li corregga sul momento.

Che spieghi il perché delle cose.

Che trasformi ogni errore in apprendimento.


Non in giudizio.


E invece cosa resta, a fine tirocinio?


La sensazione di aver dato tutto.

Ma di non essere stati visti.


Di essere stati valutati…

senza essere davvero formati.

Eppure, in mezzo a tutta questa rabbia, c’è una cosa bellissima:

“Io so che è una professione meravigliosa. E ci tengo.”


Ecco il punto.

Nonostante tutto, ci tiene ancora.

A chi è dall’altra parte — tutor, infermieri, professionisti:

Il giudizio è parte del nostro ruolo.

Ma non è la parte più importante.

La parte più importante è costruire competenza.

E la competenza nasce da:

feedback chiari

esempi concreti

presenza reale

coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo

Dire “chiedi tutto” e poi penalizzare le domande

non forma.


Confonde.


A chi invece si sente come questa studentessa:


Quella rabbia ha un senso.

Quella frustrazione ha un senso.

Ma non lasciare che diventi convinzione.

Non sei il tuo giudizio.

Sei il tuo percorso.


E il percorso — quello vero — è fatto anche di reparti dove non sei stata capita.


Diventare infermieri non è solo imparare procedure.


È attraversare sistemi imperfetti…

senza perdere il motivo per cui hai iniziato.


E se oggi ti senti “non abbastanza”

forse è solo perché nessuno ti ha spiegato

come diventarlo davvero.


👉 Autore: Alessio Luzi – Infermiere di area critica, divulgatore e creatore di Nursevive.

Aggiungimi sui socials: @infermierealessio

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